Comune di Ari | Sito istituzionale

Storia del comune

Dagli Italici ai Nolli

Sancti Petri in loco qui dicitur Ari

Quest’area d’Abruzzo, posta ai confini tra le antiche popolazioni italiche dei Frentani e dei Marrucini, e poco distante dal territorio dei Carricini ad ovest, oltre ad essere tra le meno investigate dagli archeologi, ha avuto scarse citazioni nelle fonti classiche.

In tale contesto, pertanto, lo studio della toponomastica si pone tra i primi strumenti d’indagine per risalire alla storia remota delle popolazioni ivi stanziatesi. Ad esempio i nomi dei torrenti Dendalo e Venna accreditano l’ipotesi di un territorio abitato da tempi antichissimi, precedenti le invasioni dei popoli indoeuropei.

Il primo infatti, probabile duplicazione in diminutivo di Alento, rimanderebbe alla radice ent di origine mediterranea. Allo stato attuale della ricerca archeologica “ufficiale”, scarse sono le tracce di stanziamenti antichi, costituite da qualche resto di struttura muraria intercettato nelle campagne circostanti l’abitato. Dai dintorni del paese proviene una statuetta votiva in bronzo, trovata in località Grotte S. Giovanni e donata nel 1935 all’Antiquarium Teatinum, da Desiderato Scenna, insigne studioso di antichità locali. In uno stile definito all’epoca della scoperta “arcaico”, il bronzetto raffigura un personaggio maschile, vestito con un corto gonnellino, che reca nella mano destra un piatto. Si tratta di un devoto che, secondo una consuetudine diffusa almeno dal V secolo a.C. in poi, rappresentava se stesso come offerente, nell’atto cioè di rivolgere una preghiera o una richiesta alla divinità portando in cambio un dono, la ciotola appunto. La statuetta, che rientra in una vasta produzione caratteristica dei territori italici in epoca preromana e anche nei periodi successivi, è per ora l’unica traccia dell’esistenza di un luogo di culto, non sappiamo se monumentale o solo una piccola edicola, non dissimile da quelle con raffigurazioni cristiane che ancora oggi costellano le nostre campagne, a rassicurazione dei viandanti della presenza tutelare e vigile del divino.

Il ritrovamento di epigrafi in alfabeto osco fino al primo secolo a.C., rinvenute in aree limitrofe al territorio, confermano la forte resistenza alla latinizzazione, che trovò l’impulso decisivo solo dopo l’anno 48 d.C., con il completamento della via claudia valeria - l’odierna tiburtina- in territorio teatino.

Di tale romanizzazione, tracce vistose si colgono in una serie di località, tutte ai confini di Ari, indicanti il nome latino del possessore del praedium, Bucchianico, Miglianico, Giuliano. Lo stesso toponimo Ari, potrebbe secondo alcuni risalire al personale latino Ar(r)ius, tuttavia sembra preferibile ipotizzare una origine longobarda del nome, dal germanico Aro o Hari.

La prima notizia documentata sull’origine di Ari è dell’anno 870, quando tra le pertinenze della abbazia di Montecassino, si ricordava “sancti Petri in loco qui dicitur Ari”.

La tradizione contadina, ha sempre collegato il nome della contrada “S. Pietro” e quello di un’antica fonte detta “dei monaci”, alla presenza di un vecchio convento, localizzato da alcuni ruderi. Solo verso la metà degli anni 80, studi giuridici effettuati dall’Istituto di Storia del Diritto dell’Università di Teramo su antiche pergamene della diocesi teatina, hanno permesso, incidentalmente, di confermare l’effettiva presenza ad Ari del monastero di San Pietro in Campis e di tracciarne, in una tesi di laurea, i tratti storici essenziali.

Presumibilmente la storia della piccola comunità di Ari comincia proprio attorno al Convento, da cui trae sostentamento e protezione. Il cenobio, grazie a numerose donazioni di feudatari normanni, si è andato man mano ingrandendo, raggiungendo tra XI e XII secolo l’apice della sua crescita, con un oratorio, una biblioteca, ed una consistente proprietà di chiese, terreni e mulini nel circondario. Due bolle papali, di Alessandro III (1173) e di Innocenzo III (1208), che ne ribadiscono l’appartenenza alla diocesi teatina, ed una dell’imperatore Lotario, (1137), che ne conferma alcuni privilegi, sono dimostrative della importanza raggiunta a cavallo del periodo normanno-svevo.

Poi la decadenza e infine il definitivo abbandono della tra il 1400 ed il 1464 con la morte dell’ultimo cappellano e l’incorporamento alla mensa vescovile di Chieti. Oggi, del Convento, rimangono pochi resti delle strutture murarie, per lo più inglobate in costruzioni recenti.

Dal medioevo in poi le notizie di Ari sono tutte di carattere demografico e feudale. Dal XIII secolo, infatti, vediamo susseguirsi diversi feudatari, da Rinaldo de Aro, Guglielmo Carbone, Francesco della Torre fino ad arrivare, nel ‘500, ai Ramignani di Chieti, che, salvo qualche intermittenza, tennero la terra fino al 1918.

A Turri invece troviamo nel 1600 i Cilinis, poi i Valsecca, lancianesi di origine lombarda, poi i Frigerio, anch’essi lombardi che la conservano fino alla metà del settecento, quando passa agli aquilani Marchi. Dal 1600 l’area demaniale piantata a querce veniva utilizzata per il pascolo dei maiali neri, mentre è dalla fine del 1700, che accanto alle colture della vite e dell’olivo, del grano e del fico, compare la coltura del granodindia o granturco, che diventa una delle rendite predominanti. Invece solo nella metà dell’ottocento verrà introdotta la coltivazione della patata.

Nell’ottocento gli aresi cominciano ad acquisire i primi diritti sui feudatari, ma è in quel periodo che sorgono anche diatribe tra Ari e Turri, per futili motivi. Il paese è in fermento e gli eventi esterni spesso agiscono da deterrente per scatenare tumulti. Il paese risponde unanime al plebiscito sull’annessione delle tre province napoletane all’Italia unita, del 1860, e però si affianca in massa ai briganti, primo fra questi Nunziato Mecola di Arielli, per mettere a ferro e fuoco le case dei signorotti del paese. C’è uno strano mix di sentimenti monarchici e rivalsa contro i potenti, che anima quegli anni.

Nel novecento note personalità della cultura trasformano il paese in una sorta di cenacolo artistico e letterario. Ad esempio il barone Mario Nolli e consorte, trasformano il palazzo in una sorta di pensione anglo-italiana, invitando noti pittori inglesi dell’epoca. Il Dottor Giuseppe D’Alessandro, ospitò nella sua casa personalità come Gabriele D’Annunzio e Pirandello. La seconda guerra mondiale rappresenta un
tragico momento per Ari, che con il crollo della chiesa madre di San Salvatore e con la distruzione anche di tutto l’archivio parrocchiale ivi custodito, vede sparire una fetta importante della sua storia.
 

Dal Castrum alle Chiese rurali

...un castello in cima al colle

Tra il VII e l'VIII secolo assistiamo, anche in Abruzzo, alla fondazione di innumerevoli centri in posizioni più sicure e lontane dalle principali vie di comunicazione. Questo è ciò che accade ad Ari che, adattandosi alle caratteristiche morfologiche del colle su cui sorge, si sviluppa secondo una tipologia abbastanza ricorrente nel Medioevo: una formazione urbana lineare, costituita da un’edilizia minore, ancora ben conservata nella sua struttura originaria, la cui spina dorsale è il corso Galilei che si snoda fin sulla sommità del crinale sfociando nella piazza; su entrambi i lati del corso si aprono strettissimi vicoli con scorci suggestivi. Per proteggere il versante sud-est del centro storico, da frane e smottamenti, all’inizio del secolo fu realizzato il suggestivo muraglione, che cinge tutto il perimetro sud dell’abitato. Sulla piazza, fino a tempi recenti, si affacciavano gli edifici più rappresentativi del nucleo urbano: il palazzo-"castello" e la chiesa parrocchiale (oggi non più esistente). Non essendoci tracce di antiche mura difensive o di torri di avvistamento pare azzardata la definizione di castello in senso stretto.

La torre che affianca il portale di accesso al cortile, fu realizzata solo nel 1700 e successivamente soprelevata e coronata dagli attuali merli. Dunque l’edificio, mostra più verosimilmente i caratteri di palazzo nobiliare, che di castello difensivo.

Inoltre, l'originaria dedicazione della chiesa parrocchiale al Salvatore, ci lascia supporre che il primo nucleo urbano si formò o si consolidò sotto la dominazione Longobarda, anche se il più antico documento pergamenaceo che ci informa dell'esistenza di Ari risale al 1120, anno in cui il “castello” venne donato al vescovo Gerardo di Chieti.

Per quanto riguarda il nucleo originario del palazzo, dalla lettura delle tecniche costruttive utilizzate è possibile ipotizzare che i resti di un originario “castello” siano in parte inglobati nel blocco centrale, all’interno del cortile. Questo infatti, nel piano seminterrato, è costituito da un sistema di volte a crociera, testimonianza di un'epoca costruttiva tardo medievale.

A partire dal XVI secolo nel "castello" si avvicendano alcune famiglie facoltose abruzzesi come i De Vega, i De Palma, i Carafa, che ampliando il primitivo nucleo, danno origine a quel processo di aggregazione di corpi che contribuirà alla formazione dell’attuale complesso architettonico.

Dal 1577 al 1918 la storia di Ari si lega alla famiglia dei Ramignani. Questi, residenti a Chieti, dove ricoprono la carica di Camerlengo, utilizzano il palazzo di Ari esclusivamente come residenza estiva data la bellezza del paesaggio circostante su cui essa si affaccia, e la salubrità del clima. Pertanto, a partire dalla seconda metà del ‘500, vengono intrapresi una serie di radicali interventi finalizzati a trasformare l’antico edificio medievale in palazzo baronale, di gusto tardo rinascimentale. Nel '700 ormai il palazzo si è esteso fino a toccare la preesistente chiesa madre di San Salvatore, tanto che la Baronessa, in qualità di proprietaria del palazzo, fa aprire una “finestra-tribuna” nel muro comune tra le due costruzioni, per seguire le funzioni religiose direttamente dalle stanze della sua abitazione.

Tra il 1324 ed il 1325, la chiesa era certamente esistente, ma della sua pianta originaria non conosciamo né dimensioni né esatta ubicazione. A cominciare dagli anni '30 del ‘700 è proprio questo edificio a subire le maggiori trasformazioni passando dalla prima fabbrica, piuttosto piccola e quindi poco capiente ad accogliere fedeli, ad una seconda di 22x50 palmi napoletani, per ampliarsi nuovamente negli anni '70 raggiungendo le dimensioni definitive di 33x72 palmi. Infine l'intero complesso raggiunge, tra la seconda
metà del '700 e l'inizio dell'800, la sua forma compiuta, grazie all'addizione di un piccolo corpo, successivamente trasformato in torre merlata, ed alla realizzazione del portale che chiude definitivamente il cortile.

Alla fine del ‘700 una nobile famiglia di origini napoletane entra in possesso di parte del palazzo: la famiglia Nolli. Anche i Nolli, residenti a Roma, utilizzano il “palazzo-castello” come residenza estiva, trasformando i loro soggiorni in eventi particolarmente importanti per la storia di Ari. Infatti, nel primo ventennio del '900, il barone Mario Nolli, la sua nobile consorte, la baronessa Francie Picton Walow, e l’amico D’Alessandro, trasformeranno il paese in un piccolo cenacolo letterario capace di attrarre non solo artisti inglesi, ma personalità di spicco della letteratura e dell’arte italiana. Tra questi, oltre vari pittori inglesi ed olandesi, che amavano riprodurre su tela i pittoreschi paesaggi a cui il castello faceva da sfondo, spiccano i nomi di D'Annunzio e Pirandello. Quest'ultimo, probabilmente ospite nel palazzo, in una sua novella cita sia il paese, sia la cosiddetta "pensione inglese" descrivendola romanticamente come "…un castello in cima al colle".

La capacità attrattiva degli splendidi paesaggi, soprattutto autunnali, che da sempre hanno richiamato artisti e turisti, viene ben presto colta dalla famiglia Nolli, che utilizza la proprietà come “Pensione Anglo Italiana”. Purtroppo, durante la seconda guerra mondiale, i tedeschi in ritirata minano il campanile della chiesa di San Salvatore che, crollando, distrugge l'abside e la parte centrale della navata. Negli anni '50, il Genio Civile demolisce i resti della chiesa e tampona la facciata del palazzo mutilata, mentre il comune sfrutta il vuoto urbano per ampliare la piazza. Oggi, gli unici ambienti rimasti sulla piazza, testimonianza del complesso chiesa-palazzo, sono due alte stanze voltate a crociera, adibite un tempo a locali di servizio dell'edificio sacro e attualmente a locali commerciali; inoltre della chiesa rimane il muro di fondazione, a cui oggi si addossa la rampa carrabile di accesso alla piazza. Attualmente il “castello” si articola in tre corpi di fabbrica, architettonicamente connessi tra loro ma formalmente diversi, sia nelle altezze che nel disegno delle aperture. Il fronte sul giardino privato è scandito da una sequenza di finestre settecentesche le cui cornici, all’ultimo piano, riquadrano aperture a mezzanino.

Il prospetto verso la valle, presenta un ritmo meno regolare delle finestre che denuncia una maggiore sovrapposizione di epoche costruttive. È infatti ancora possibile leggere nella muratura, la presenza di aperture ad arco poi murate, di tracce della copertura del “trappeto” (frantoio) che un tempo si addossava all’edificio, di tracce delle finestre ovali di mezzanino e i resti di una mensola lapidea scolpita. Il palazzo, adibito oggi prevalentemente a funzione abitativa, in passato ha accolto anche varie attività economiche; oltre alla pensione inglese, infatti, da una minuziosa descrizione di metà ‘800 sappiamo che qui era collocata anche una “caldara” per la macerazione del mosto, numerose cantine, ed un frantoio.

Gli aresi, a sostituzione dell’antica chiesa, hanno ricostruito la parrocchia del SS. Salvatore sulla collina posta di fronte all’antico centro. L’attuale Chiesa con l’annesso campanile è stata terminata nel 1955, eretta con i fondi dei danni di guerra. La sua posizione è molto panoramica, anche grazie all’ampia scalinata che la precede. La sua struttura è basilicale, con l’interno a tre navate e transetto, abside poligonale e soffitto ad ampi cassettoni.

L’esterno, con bella facciata rivolta alla piazza, è costituito da una cortina continua di mattoni. L’interno si presenta ancora spoglio; le uniche opere d’arte presenti sono i dipinti dell’abside, raffiguranti il mistero pasquale di Cristo morto e risorto, eseguiti dall’artista Grazia Lazzarini nel 1986: opera che però male si inserisce nella struttura architettonica dell’edificio; sono da segnalare anche il rosone realizzato dalla Camper di Atri (2005) e, all’esterno, posto sopra il portale della facciata, il bel mosaico di Cristo Pantocratore (2006), opera di una giovanissima artista locale, Gaia Naccarella. Sono anche notevoli, all’interno le statue della vecchia chiesa, salvate fortunosamente durante la guerra, in particolare quella di S.Giovanni Battista, probabilmente opera di bottega napoletana del Settecento; essa prima era venerata nell’antichissima e omonima chiesa, ora scomparsa. Altra statua lignea degna di nota è quella presente nella chiesa della Madonna delle Grazie, risalente forse al 1300, proveniente dalla chiesa distrutta di Turri Marchi (scomparsa assieme all’abitato nel corso del 1500 a causa di una frana). La statua della Madonna con Bimbo fu collocata nella detta chiesa all’inizio del 1700; in pochi anni il culto crebbe moltissimo, sicché si decise di erigere una nuova chiesa, iniziata nel 1739 e finita dieci anni dopo.

Essa era stata magnificamente decorata con stucchi e pitture, dovuti questi ultimi a Nicolò D’Arcangelo. La chiesa della Madonna delle Grazie sorge in fondo al viale della parte nuova del paese; essa è menzionata per la prima volta nel 1671, nel resoconto di una visita fatta dal vescovo del tempo alla Parrocchia di Ari. Tale chiesa rimane intatta, anche se attualmente le decorazioni sono coperte da diverse mani di vernice. Oltre alla statua antica, si venerano anche una statua processionale di S. Maria delle Grazie e una di S. Filomena. Da allora il culto della Madonna delle Grazie è si è diffuso anche nelle località limitrofe e la festa, fissata alla terza domenica di settembre, è divenuta la principale del paese. Cento metri oltre S.M. delle Grazie troviamo il rudere della chiesa di San Giovanni, officiata fino ai primissimi anni del 1800 e documentata già nel 1200.

Sempre nel centro storico, possiamo visitare la chiesa di S. Rocco, un piccolo edificio, probabilmente ottocentesco, collocato in fondo alla valletta che separa il vecchio centro dal nuovo abitato. Un unico vano rettangolare, con abside, e con volta a botte. Attualmente è in fase di restauro, perché le fondazioni non sono sufficientemente solide e serie crepe si sono aperte sui muri e sulla volta. La statua che vi si venera è un’opera lignea di pregevole fattura, di epoca settecentesca; per tale motivo c’è da pensare che l’edificio attuale sorga su uno più antico. A circa 1 km dal centro, lungo la provinciale Ari-Filetto, troviamo la chiesa di S. Antonio. Essa è del 1858 (come documenta una scritta sulla volta), in semplice stile neoclassico, ad un’unica navata con soffitto a volta e abside poligonale; è preceduta da un portico a volta, sulla falsariga della Madonna delle Grazie. Presumibilmente, qui prima c’era un’edificio dedicato allo stesso Santo, o a S. Antonio Abate, come riferiscono documenti antichi.

All’interno si venerano diverse statue: S. Antonio (opera lignea degli artigiani di Ortisei), S. Lucia, S. Rocco e una pregevole tela di S. Antonio abate. La festa si celebra la terza domenica di luglio. Spostandoci in contrada San Pietro troviamo la chiesa di San Michele Arcangelo; precisamente sorge all’incrocio della via per Giuliano con la provinciale Filetto-Miglianico; lì il popolo di Ari andava incontro ai pellegrini che ritornavano, a piedi, da S. Nicola di Bari. La scelta è caduta sul santo Arcangelo perché i pellegrini aresi spesso raggiungevano anche il celebre Santuario garganico.

La costruzione è stata voluta, alla fine degli anni ‘30 del secolo scorso, dagli abitanti della contrada, allora poverissimi, ed è stata inaugurata nel 1939. Le pietre necessarie per la costruzione sono state raccolte dalle donne nei campi e trasportate con i carri agricoli fino al cantiere della chiesa, che è venuta su con il lavoro gratuito della gente. La costruzione, di ridotte dimensioni, è ad un’unica navata, con volta a botte e abside rotonda. La statua è una imitazione in cartapesta del celebre dipinto di Carlo Dolci, venerato in S. Pietro. La festa si celebra l’8 maggio.

Sempre in contrada S. Pietro si trovano tracce della chiesa di S. Pietro in Campis: chiesa dell’omonimo monastero benedettino, che è stata abbattuta nel corso del 1700 perché pericolante. Oggi le sue fondazioni giacciono sotto l’area comune dell’abitato. Sarà, invece, prossimamente ricostruita l’edicola di S. Francesco da Paola, eretta negli anni ’30 e abbandonata negli anni ’70. Un piccolo gioiello architettonico, è invece la chiesa di S. Maria della Misericordia posta, quasi per “misericordia” sulla sommità di un dirupo
creatosi per una frana avvenuta nel 1940, che ha miracolosamente risparmiato la chiesetta. L’impianto è ottagonale, sormontato da un cupolino.

La chiesa è documentata nel 1661, assieme alla presenza di un eremita, che facilmente promosse la costruzione stessa. Sull’altare è collocata una tela di S. Maria della Misericordia, opera anonima ottocentesca; vi si venera anche una statua processionale, di origine recente. La festa ricorre il martedì dopo Pasqua. Sempre in contrada S. Maria, fu edificata S. Maria in Frasconara chiesa dell’omonimo monastero femminile; ma è scomparsa dopo il 1500.

La cappella della Madonna delle Grazie, in contrada Pianagrande è stata voluta, nel 2004, dagli abitanti della contrada, eretta a loro spese e con il contributo del Comune. L’edificio, poco più che un’edicola, è stato costruito su disegno, di un giovanissimo architetto locale, Gianluca Conte.

L’immagine venerata è un dipinto su ceramica invetriata, opera di una bottega di Rapino. La festa si celebra il 2 luglio ricordando Mario Amato, vittima del terrorismo nero.

I documenti storici a noi pervenuti ci parlano di altre chiese presenti nel territorio di Ari come quella di S. Bartolomeo, in contrada Turri, non più officiata dal 1500 e lentamente decaduta fino alla sua scomparsa; della chiesa di S. Giovanni Battista, di cui rimane un rudere in Contrada S. Antonio e della chiesa di S. Agostino, la cui ubicazione rimane finora sconosciuta.
 

Il Paese della Memoria

Ogni anno la "Giornata della Memoria" in onore dei Caduti

In questo lembo d’Abruzzo così tranquillo e lontano dal caos metropolitano, basta affacciarsi e guardare il paesaggio, per farsi cogliere da suggestioni e ricordi. I ricordi sono quelli del passato, belli o brutti che siano, della memoria appunto.

Ari vuole essere così il “paese della memoria” per la sua vocazione a non dimenticare il passato, e soprattutto il sacrificio e l’esempio di tanti magistrati, tutori dell’ordine e semplici cittadini, tragicamente caduti nell’adempimento dei propri doveri morali e istituzionali.

Proprio con questa motivazione, qui in paese è stata costituita prima una Fondazione nel 2002, voluta dal Prof. Giovanni Conso e da amici e colleghi di Emilio Alessandrini, e poi una Associazione culturale nel 2005, intitolate entrambe ad Emilio Alessandrini, illustre magistrato pescarese, ucciso dal terrorismo nel 1979 a Milano. Le finalità di entrambe sono quelle di perpetuare la memoria e gli insegnamenti tramandati dal magistrato e da tutti coloro che hanno dato la propria vita in difesa della legalità e della giustizia.

Emilio Alessandrini è ricordato in numerose lapidi sparse tra piazze, vie, palazzi di giustizia e impianti sportivi d’Italia. Qui ad Ari la Scuola Primaria è intitolata al celebre magistrato, mentre la Scuola dell’Infanzia alla memoria dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, ucciso nel 1975 in uno scontro a fuoco con le Brigate Rosse.
Proprio per ricordare degnamente questi numerosi caduti, da oltre cinque anni qui ad Ari, nel periodo estivo, vengono realizzate sculture in pietra della Maiella, intitolate ognuna ad un personaggio. Le opere sono realizzate dagli allievi dell’Accademia delle Belle Arti di Firenze, provenienti da ogni parte del mondo, e diretti dal Professore Antonio Di Tommaso.

La pietra bianca della Maiella viene resa viva e plastica; da ogni scultura si spande una forza e un dinamismo silenziosi che invitano a riflettere e a meditare sul vero senso della vita. Le opere scultoree sono dislocate nell’intero paese, tra piazze e larghi, a costituire la “valle della memoria”. Tra le varie opere vi sono un bassorilievo che ricorda Emanuela Loi, la poliziotta perita nella strage di Via D'Amelio a Palermo; la sala consiliare celebra il ricordo del Commissario di Polizia, Luigi Calabresi e del Funzionario del Sismi, Nicola
Calipari; una grande fontana in marmo di Carrara, ubicata nella principale Piazza cittadina, ricorda i Caduti di Nassiriya.

Altre opere scultoree presenti sul territorio comunale, addobbate con fiori e luci e con l'immancabile tricolore nazionale, perpetuano la memoria del: Giudice Guido Galli, Giudice Rosario Livatino, Giudice Paolo Borsellino, Giudice Antonio Scopelliti, Giudice Giovanni Falcone, Giudice Rocco Chinnici, Giudice Francesco Coco, Giudice Vittorio Occorsio, Giudice Cesare Terranova, Giudice Mario Amato, Giudice Francesca Morvillo, Giudice Gian Giacomo Ciaccio Montalto, Giudice Antonino Saetta, Sindaco di Torino Di Sangro Donato Iezzi, Vice Brigadiere dei Carabinieri Salvo D’Aquisto, Maresciallo dei Carabinieri Marino Di Resta, l’ultimo Questore di Fiume italiana, Giovanni Palatucci, Maresciallo Maggiore del Corpo degli Agenti di Custodia della Polizia Penitenziaria Antimo Graziano, Vice Brigadiere della Guardia di Finanza Domenico Stanisci, Maestra Carmela Ciniglio e i suoi Angeli in Paradiso, Giornalista Walter Tobagi, Giornalista Carlo Casalegno, Funzionario del Sismi Nicola Calipari, tutti i Magistrati e i Tutori dell'Ordine.

Il percorso tra questi titani della Memoria si chiude al Castello di Turri dove svetta una croce lineare e gigantesca, visibile da tutti i paesi limitrofi. Ogni anno in estate, ad Ari, si svolge la “Giornata della Memoria” in onore dei Caduti per Servizio alle Istituzioni e alla presenza di alte Autorità civili e militari, dei familiari delle vittime e di tanta gente comune, vengono inaugurate le nuove sculture realizzate per l'occasione.

Come nell’edizione 2006, celebrata il 22 Luglio, dove sono stati ricordati: i due alpini uccisi in Afghanistan, il Tenente Manuel Fiorito e il M.llo Luca Polsinelli, ai quali è stata dedicata la “Piazza Eroi di Kabul”; l'Ispettore di Polizia Emanuele Petri, a cui è stata dedicata una scultura in pietra della Maiella; il giurista del lavoro Marco Biagi, a cui è stata dedicata un'opera scultorea; il M.llo dei Carabinieri Franco Lattanzio, a cui è stata dedicata una ceramica dell'artista abruzzese Giovannina Tasca.
 

Gli Illustri Mecenati

Il dott. D’Alessandro curò migliaia di persone, senza distinguere i ricchi dai poveri

L’attuale cuore di Ari, la piazza Bucciante, oltre ad essere il luogo d’incontro per eccellenza, è anche il luogo in cui troviamo numerosi spunti e assonanze con la storia e i personaggi di questo paese, a partire proprio da Bucciante, il Generale Alfredo, a cui è intitolata la piazza.

Illustre personaggio a cavallo tra ‘800 e ‘900, egli fu soldato, medico e studioso; ebbe la medaglia d’argento al valor militare nel 1911-12 nella guerra di Libia, poi divenne capo dell’ufficio Ordinamento del Servizio Sanitario dell’Esercito nella guerra 1915-1918. Nel 1936 il Generale assunse la presidenza del Collegio Medico Legale, riversando la sua esperienza nei problemi attinenti all’assistenza dei militari minorati e alla relativa legislazione pensionistica. Fu chiamato a far parte della Corte dei Conti, dove divenne Presidente di sezione. Suo inoltre fu un progetto nel 1938, che proponeva un riordinamento del Corpo Sanitario Militare, volto alla specializzazione degli Ufficiali Militari. È intitolata a lui l’Aula Magna della Scuola Militare di Firenze.

Della stessa famiglia ricordiamo anche Giuseppe Bucciante, noto avvocato appassionato di arte e cultura, recentemente scomparso, anch’egli scrittore. È importante sapere che dalla sua casa passarono famosi letterati ed artisti come Corrado Alvaro e Alberto Savinio, che nelle loro opere hanno lasciato importanti riferimenti e spunti sulla nostra Ari, come Corrado Alvaro che usando lo pseudonimo di Professor Giorgi andava errabondo da Chieti a Roma, per sfuggire alla persecuzione nazi-fascista.

Ancora in piazza, nei pressi del Palazzo Ramignani-Nolli, troviamo il busto di un noto personaggio storico locale: è il Dott. Giuseppe D’Alessandro, medico e umanista, che con il suo operato ha fatto scrivere una importante fetta di storia arese dell’inizio del ‘900. Di fronte la sua casa creò un ospedale, dove curò migliaia di persone, senza distinguere i ricchi dai poveri. Fu anche un mecenate e chiamò nel suo paese numerose personalità della cultura del tempo come Pirandello e D’Annunzio. Tra gli altri suoi ospiti importanti citiamo Francesco Paolo Tosti, Cesare De Titta, Elettra Marconi, C.M. Franzero e Oscar Wilde.

Il famoso palazzo Nolli che si erge dalla piazza, porta il nome del Barone Mario Nolli. Egli, trasferitosi da Tollo, acquistò il palazzo dai Ramignani e vi si insediò con la sua consorte inglese, trasformando la dimora in una sorta di pensione per artisti dell’epoca. Così a ridosso del secondo conflitto mondiale il paese brulicava di pittori inglesi che ritraevano il paesaggio e gli scorci suggestivi di Ari, creando un’alone di cultura anglosassone; immaginate oggi che spettacolo sarebbe trovarsi a contatto con queste personalità.

Un altro personaggio importante è legato alla chiesa che non c’è più, la parrocchia di S. Salvatore venuta giù nella seconda guerra mondiale. Era il parroco
Don Beniamino De Felice, curato dal 1916 al 1956. Fu stimato e amato da tutti per la sua statura morale e spirituale e per il suo fervore nelle iniziative della chiesa. Il Comune gli ha recentemente dedicato una via del paese.
 

Tra Antiche Feste e Atavici Riti

I valori della solidarietà e della coesione sociale

Una caratteristica curiosa che interessa l’evento è che la novena viene celebrata non prima, ma dopo la festa. Al mattino c’è la messa nella chiesetta, alla fine della quale si prende la statua della Madonna e si porta in processione fino alla chiesa principale.

Interessanti e degne di nota sono le spighe di grano che vengono benedette, e che i fedeli poi portano a casa come auspicio di un buon raccolto.

La festa di San Michele Arcangelo, si celebra l’8 maggio presso la chiesa omonima in località S. Pietro; essa richiama, oltre agli abitanti della vasta zona, anche quelli di Filetto e soprattutto della vicina Giuliano Teatino. Vi sono i riti religiosi con novena, messe e processione; intrattenimento con orchestra la sera della vigilia e della festa, fuochi d’artificio e giochi per bambini e ragazzi il pomeriggio della festa. La festa ha riti antichi e di larghissima partecipazione. Le famiglie del posto invitano parenti ed amici e preparano, oggi come allora, pranzi abbondanti e gustosi.

La festa di Sant’Antonio da Padova è celebrata presso la chiesa della contrada omonima non il 13 giugno, come è di consuetudine, ma la terza domenica di luglio, forse per avere più agio per raccogliere la “tassa”, che, fino a qualche decennio fa, consisteva soprattutto nel grano. È la classica festa di paese con banda, orchestra, e fuochi d’artificio.
Il culto per San Rocco, protettore dei malati e dispensatore di grazie, era molto sentito qui in paese, come in molti altri centri ai piedi della Majella.

La tradizione, risalente all’inizio del XIX secolo, vuole che i fedeli compissero un pellegrinaggio a piedi fino al Santuario di Roccamontepiano, il 16 Agosto. Infatti, pare che il Santo gia malato di peste, abbia dimorato nella grotta rendendo miracolosa l’acqua della sorgente che ancora i devoti vengono a bere.

Ogni anno il pellegrinaggio si ripete con giovani ed anziani, tra preghiere fiaccole e canti. Dopo una breve sosta nel Santuario, per ascoltare la messa, si passa la giornata in paese a godersi la festa e a mangiare la porchetta nelle numerose tavolate organizzate. La terza domenica di Settembre si svolge la festa della Madonna delle Grazie. È la festa principale del paese e si celebra presso la chiesa omonima. È estesa anche al sabato precedente e al lunedì successivo, quest’ultimo dedicato a S. Filomena, il cui culto dalla prima metà del 1800 è associato a quello della Vergine. La festa si apre con una messa celebrata alle 5 del sabato: nonostante l’ora così mattutina, pure il rito è affollatissimo, con gente che viene a piedi dalle contrade e anche dai paesi vicini: è il momento religiosamente più intenso della festa.

La sera del sabato è dedicata oltre che alla musica e al ballo in piazza, anche ai piaceri della gola, in particolare alla porchetta e agli arrosticini. La domenica è tradizione ingaggiare una banda di fama e non sono pochi gli appassionati di tale genere musicale.

Il momento tradizionale più significativo è dato dalla sfilata dei carri; due sono fissi: il carro dei dolci (di tradizione secolare e con forme fantasiose) e quello dei doni, che vengono raccolti precedentemente per il paese: sia gli uni che gli altri sono venduti prima della messa solenne delle 11 e il ricavato viene utilizzato per la festa.

Ad essa si aggiungono altri carri, tutti fantasiosamente addobbati, con altri prodotti che vengono ugualmente venduti. La sera si porta in processione la statua della Madonna, fra canti e rosari. La giornata termina, dopo le esibizioni della banda, con un grandioso spettacolo di fuochi d’artificio.

Il lunedì successivo, è la festa di S. Filomena. La festa è attesa perché si mangia il meglio: brodo con pane dorato, bucatini, pollo, le famose "cancellate" e vino cotto. Tutt'oggi la festa è molto sentita e si è arricchita sia nell'aspetto religioso che in quello folcloristico. La messa mattutina, alle cinque del lunedì mattina è allietata dal canto dei pellegrini che provengono a piedi, da Giuliano Teatino. I ragazzi sfilano per il paese con gli abiti tradizionali di Ari e portano sulla testa conche di rame piene di grano. La sera della festa, suona un'orchestra e c'è il ballo in piazza.

Quest’anno si è svolta anche una manifestazione ciclistica, il Campionato Provinciale Amatori. A Turri, nei pressi dei ruderi della vecchia chiesa, ogni 24 Agosto si celebra la festa di San Bartolomeo. La giornata è dedicata anche alla memoria del giudice Rosario Livatino, a cui è stata dedicata una statua raffigurante il santo. La festa inizia all’imbrunire, con una processione che parte dalla chiesa parrocchiale con la statua del Santo e, attraverso percorsi campestri, arriva fino a Turri, dove viene celebrata la S. Messa. Dopo c’è la classica festa popolare, con musica, l’immancabile porchetta e un’allegra cocomerata.

I mesi di Luglio e Agosto vedono il paese interessato da fermento estivo e da numerosi momenti di festa, con gli emigrati che rientrano per incontrare i parenti e con i turisti che arrivano attirati dalle manifestazioni, in questo suggestivo scenario naturale. Oltre alle feste religiose troviamo quelle cosiddette profane, legate alla degustazione dei prodotti tipici o a manifestazioni sportive e sociali. Un significativo momento di riflessione storico/sociale è la “giornata della memoria” dedicata ai caduti, morti nell’adempimento dei propri obblighi morali e istituzionali, già da alcuni anni un importante punto di riferimento.

Un’altra occasione d’incontro è la Festa del socio della Cantina. Si svolge ogni anno il primo sabato di Agosto, ed è aperta ai soci. Qui si ha l’occasione per riincontrarsi, brindare con buon vino, e gustare dell’ottima porchetta. Quest’anno l’amministrazione comunale ha inaugurato una nuova manifestazione: “Luna, Vino e Musica”, una Fiera con stand gastronomici ispirati a vari prodotti come pesce, porchetta e dolci nonchè all’artigianato artistico. Si è svolta dal 29 al 31 Agosto ed ha coinvolto numerosi visitatori attirati anche da altre località. Nella struttura del vecchio municipio vi è stata una mostra di attrezzi agricoli del passato, nonchè un’altra mostra di quadri che ha coinvolto due artisti aresi.
 

Dal Ferro Battuto al Giunco Intrecciato

La transumanza come sviluppo artigianale

La generosa disposizione geografica del territorio arese, per lo più digradante verso sud e la vicinanza al tratturo magno l’Aquila-Foggia, fu per i suoi abitanti, nel periodo medievale, motivo di sviluppo economico. Proprio lungo un tratturello secondario che collegava Filetto a Giuliano, sorse il Monastero di S. Pietro in Campis. L’importanza della transumanza sull’economia è nota; già dal periodo romano queste autostrade d’erba venivano attraversate da molti pastori con i loro armenti, e con esse erano sorte diverse attività artigianali collaterali, dal tessitore, al falegname, al fabbro ferraio, allo scalpellino e al ceramista.

Grazie ai benedettini del convento di S. Pietro l’economia locale riprese vigore, con un sistema integrato capace di sopperire autonomamente alla mancanza di strutture economiche e produttive.

Tra il XII e il XVI secolo la produzione di lana nella nostra regione raggiunse il top in Europa. La tessitura si sviluppò molto e fu presente fino a pochi decenni fa, per uso familiare, in tanti comuni d’Abruzzo. Gli oggetti in legno inciso ed intagliato costituiscono alcuni dei più interessanti reperti della cultura pastorale; anche i mobili rustici, culle, tavoli, sedie e panche, che ancora si producono ad Ari, derivano da quella cultura. Oggi in paese troviamo anche abili restauratori di mobili antichi.

Diffuso nella cultura arese era l’intreccio di giunchi e vimini per la produzione di cesti per il lavoro dei campi e sedie impagliate. Ancora oggi qualche artigiano si diletta in queste attività. Dal maniscalco che ferrava cavalli e asini, il fabbro ferraio oggi si è trasformato in artista che produce cancelli ed oggetti vari, ancora con forgia e martello. Un’altro mestiere “nature”, che viene ancora praticato qui ad Ari a livello amatoriale, è quello dell’apicoltore.

Con la riscoperta della natura e dei suoi benefici, il consumo di miele sta tornando in auge. Nel nostro paese, con una diffusa dislocazione di arnie nel territorio, si possono gustare mieli puri di varie essenze.
 

Tra Tarallucci e Vino

Una cucina umile ed agreste

In questo territorio fortemente vocato all’agricoltura, con uno stretto legame tra i prodotti naturali e la sua gente, la cucina risulta umile ed agreste. Vengono impiegati ingredienti naturali per ricette che hanno un’origine anche molto antica, e spesso conservano significati simbolici e religiosi. Durante la principale festa del paese, la Madonna delle Grazie, molte donne aresi nonché i ristoratori, sono impegnati nella preparazione di piatti della tradizione a cominciare dal “Brodo con pane dorato” che
consiste in un brodo di gallina in cui viene versato del pane secco tagliato a quadratini; questo precedentemente bagnato nell’uovo viene poi passato in padella. Ha un sapore davvero insolito, provare per credere.

Poi troviamo i bucatini conditi con sugo di agnello, del pollo arrostito o cotto sotto il coppo, per finire con le cancellate e il vino cotto (accoppiata tipica delle colline teatine).
Durante la festa i carri devozionali per la madonna sono addobbati di dolci, che vanno acquistati per contribuire alla riuscita della manifestazione; tra questi spiccano i “tarallucci della Madonna”, tipico dolce della tradizione arese, fatto di farina, zucchero, latte, lievito e vanillina. Nei ristoranti locali potrete gustare diverse specialità tipiche di quest’area d’Abruzzo, tra i primi piatti troviamo le sagne, condite con sugo di fagioli o ceci e la tradizionale chitarra condita con sugo di agnello, davvero speciale, oppure il tradizionale Brodo con il cardone.

Tra i secondi piatti spiccano il coniglio con le patate sotto il coppo, il baccalà con le patate, le pallotte cace e ove, polpette (pallotte) di pane, parmigiano, uova e prezzemolo. Poi troviamo le rivotiche, le tipiche frittelle fatte di farina ed acqua. Un piatto molto particolare, d’antica tradizione, è la papparella. Come dice la parola stessa è una pappa, un miscuglio di verdure di campo: fagioli, peperoni rossi secchi, aglio, peperoncino piccante, con l’aggiunta di farina di mais e sarde, sì con l’aggiunta del pesce. Il gusto è davvero
particolare, per chi ama le verdure. Altro gustoso prodotto artigianale, notevolmente diffuso nelle tradizioni di paese, è la Porchetta. Gli aresi conoscono bene il vero gusto della ricetta, che va consumata ancora calda. Ovviamente stiamo parlando di carne di maiale; una carcassa intera del peso vivo di 80/100 chili, viene pulita e dissossata lasciandogli solo la testa; poi viene salata ed insaporita con aromi vari. Indispensabili sono il pepe, il rosmarino e l’aglio.

I due lembi della carcassa vengono congiunti e cuciti con spago resistente. A questo punto viene messa in forno a lenta cottura per 5/7 ore, a seconda della grandezza del maiale. Il territorio arese, per oltre i 2/3 è occupato da vigneti, oliveti e frutteti. La sua felice esposizione, l’aria pura e salubre favoriscono la produttività delle coltivazioni. Infatti sin dai romani, queste colline sono state scelte per la produzione di olio e vino. Le varietà di olivo vanno dal leccino, che ha colore molto scuro e gusto pronunciato di forte personalità, al Gentile di Chieti, varietà autoctona molto ricercata in queste zone; poi troviamo anche la Dritta, l’Intosso e il Frantoio. Le olive raccolte precocemente a mano, vengono poi spremute a freddo nel frantoio con macine di granito e fatte decantare per garantire la massima qualità del prodotto, secondo metodi tramandati da generazioni. Così si ottiene un’olio con ottime caratteristiche organolettiche, ricco di vitamine e idoneo per una dieta equilibrata.

I vitigni, per lo più Montepulciano e Trebbiano, ma anche Chardonnay, Sauvignon, Sangiovese e Merlot, campeggiano sul territorio e contribuiscono a vestire le colline con i loro disegni geometrici che si alternano a boschi, uliveti e frutteti. Per lo più a capanna, con interessanti giovani vitigni a filare, i vigneti aresi, estesi per 700 ha, garantiscono una buona produzione di vino, in gran parte imbottigliato dalla storica Cantina di Ari. Tre sono i più comuni: il rosso Montepulciano, che da giovane è vivo e robusto e invecchiato
acquista una sontuosa austerità, poi il Cerasuolo, chiaretto rosso ciliegia ottenuto scremando il rosso durante la fermentazione. Poi c’è il Trebbiano, bianco asciutto e armonico, acidulo e ben fruttato, ideale per il pesce.

Tra i dolci frutti della terra, oltre all’uva troviamo pesche, nocipesche, albicocche, fichi e ciliege; alcuni ristoratori preparano con essi gustose marmellate. Soprattutto le ciliege costituiscono un prelibato corollario al paesaggio arese. Nelle solari giornate tra maggio e giugno, il colore di questo sfizioso frutto, punteggia le campagne e contribuisce a rendere questo paese più dolce e più amato.
 

Tra Boschi Fatati e Verdi Coltivi

Paesaggi da cartolina ispirano poeti e scrittori

Il piccolo borgo medievale di Ari sorge su un crinale a 289 metri s.l.m, in un’incantevole posizione, tra la Majella e il mare, immerso in verdi e selvaggi boschi. Questa dorsale domina la confluenza delle vallate del Dentalo, di Turri e Vallecupa nelle adiacenze del Tratturo Magno, il cui tracciato millenario, da L’Aquila a Foggia, rappresentava la più importante e strategica arteria di comunicazione con la Puglia e con le mete di pellegrinaggio di S. Michele al Monte, nel Gargano e la Terra Santa.

La posizione è unica: a pari distanza, solo dodici chilometri, dal mare Adriatico e dai ripidi pendii nord orientali della Majella, tra Chieti e Lanciano nel cuore delle colline teatine. Il territorio comunale composto attualmente di 5 contrade, partendo da nord: Foro, S. Maria, Turri, Ari capoluogo, S. Antonio e S. Pietro, confina a nord con i Comuni di Villamagna e Miglianico, a Sud con Filetto e Orsogna, a Ovest con Vacri e ad Est con Canosa Sannita e Giuliano Teatino.

La sua piccola superficie, (circa 11 km q) si sviluppa, tra le vallate del Foro e della Venna, con caratteri orografici tipici del sub appennino frentano: una fitta serie di colline “a pettine“, che dal mare risalgono bruscamente a sud-est, su altitudini di 3 - 400 metri, con profonde incisioni vallive di torrenti, fortemente stagionali, tributari del vicino fiume Foro. Queste asperità, sottolineate vivacemente nella toponomastica contadina (Valle Cupa, Fosso dei Lupi, Coste dell’Inferno) hanno favorito, forse più che altrove, la preservazione di larga parte di macchia mediterranea ed appenninica, contigua, senza soluzione di continuità, alla vasta area, assai prossima, del Parco Nazionale della Majella. E così in questo territorio, quasi immune dalle modificazioni del paesaggio che invece hanno caratterizzato i centri più vicini alla costa, troviamo superbi scorci di natura
quasi incontaminata, che ci proiettano in un periodo senza tempo.

Qui, come hanno fatto, e fanno tuttora, molti pittori, scultori, poeti, letterati, è facile accostarsi alla natura e farsi cogliere dall’ispirazione, per comporre o ritrarre.
La particolare morfologia di queste colline e dei relativi fossi a scarpata, è caratterizzata da terreni argillosi e arenaceo-marnosi, facilmente intaccabili dalle acque, sopra i quali vi è un tetto di conglomerati poligenici (roccia sedimentaria). Queste inusuali e curiose conformazioni del terreno, visibili chiaramente quando ci inoltriamo a passeggiare a piedi o in mountain bike a Valle Cupa nei pressi dell’ex cava o nell’area del Castello di Turri, sono costituite da frammenti di roccia cementati insieme.

Questi terreni soprattutto in corrispondenza di fossi e torrenti, sono soggetti a frane e scivolamenti, come purtroppo è avvenuto alcuni decenni fa a Valle Cupa, dove, una piccola parte del paese è scivolata giù a valle. Negli scoscesi, dove invece predomina il bosco, il paesaggio è più protetto da dissesti e “gode sicuramente di buona salute”.

In quest’area d’Abruzzo la ricchezza della vegetazione spontanea è senza pari; il visitatore che si trova a percorrere l’area di Valle Cupa o la Venna di Moggio soprattutto, ma anche il Dentalo e Turri Marchi, attraverso le strade interpoderali che s’inoltrano nella vegetazione, si vede circondato dalle verdi chiome dei boschi di crinale che, in alcune parti scendono fin sui torrenti, inframmezzate da uliveti, frutteti e vigneti. In groppa ad un cavallo queste emozioni si vivono in maniera particolare, vi consiglio di provarle. Questa è anche l’area dove sorge il “Parco territoriale dell’Annunziata”, nel limitrofo territorio di Orsogna. Istituito nel 1991 e comprendente un territorio di circa 50 ettari, custodisce un notevole patrimonio ambientale del tutto comune a quello dei centri vicini come Ari e Filetto, con qualche eccezione. Qui una fitta rete di corsi d’acqua affluenti
della Venna, formano un ingegnoso sistema, che fino ad un recente passato alimentava diversi mulini, oggi purtroppo in abbandono.

Tra le specie vegetali che compongono questi fitti boschi troviamo come preponderante la Roverella, quercia termofila (ama i climi caldi) così chiamata perché è di taglia minore rispetto al Rovere a cui somiglia, anche se non si direbbe perché può raggiungere anche i 20 metri di altezza, e i due metri di diametro. Poi vi sono il Carpino, l’Orniello, e il Leccio, quest’ultimo molto comune nelle nostre zone. Esso è solito insediarsi nelle fessure delle rocce strapiombanti, e il suo legno è molto duro e compatto; i nostri antenati lo utilizzavano molto grazie al suo elevato potere calorico.

Nelle aree scoperte dal bosco vi sono le specie tipiche della macchia mediterranea come il Mirto, il Lentisco, nonché il famoso Corbezzolo dalle caratteristiche bacche rosso chiaro, poi vi sono il Ginepro, il Prugnolo, la Rosa canina e il Sanguinello; più raramente troviamo la Ginestra, che punteggia di giallo le pendici del Colle Castellano e della località Tratturo verso Giuliano teatino. Lungo i corsi d’acqua troviamo in maggioranza Salici in diverse specie, Ontani, Farnie e alcune suggestive piante acquatiche.

Nei pressi delle acque trovano rifugio Ballerine, Merli e Scriccioli, nonché le Volpi con le loro curiose tane. Altri mammiferi sicuramente presenti nell’ambiente rurale sono il Tasso, il Riccio, mentre tra l’avifauna trovano spazio la Poiana, il Picchio verde, la Ghiandaia e la Gazza, per citarne alcuni. A proposito di acque, al confine tra il nostro territorio e quello di Filetto vi è un interessante bacino artificiale denominato “lago azzurro” di ben 12.500 mq. In questo lago realizzato per la pesca sportiva, gli
appassionati possono cimentarsi con Lucci, Persici e Carpe, in un’ambiente particolarmente suggestivo e rilassante. Da questo luogo volgendo lo sguardo a sud, in alto, notiamo un colle fittamente ricoperto di vegetazione, è il famoso “colle delle 9 camere”.

È ricordato dagli anziani come “luogo di briganti” che circa 150 anni fa si nascondevano in grotte, dette in dialetto “Chicurummelle”, qui presenti sulle rupi di arenaria compatta, e scavate probabilmente proprio da loro. Una di queste aperture detta “delle 9 camere”, con 9 ingressi probabilmente comunicanti tra loro, ha dato il nome all’omonima località di Filetto. Qui nel 1861 si rifugiava anche Nunziato Mecola detto il Generale, il più temibile e conosciuto dei briganti. Altre cavità nell’arenaria si trovavano a Valle Cupa, grotte scavate nei primi del ‘900 ed utilizzate per nascondervisi durante il secondo conflitto mondiale. Negli ultimi anni purtroppo sono state oggetto di crolli e quindi non più visitabili; resta però il ricordo di quanti hanno passato settimane li dentro, per sfuggire ai bombardamenti.